"Il Cpt è come una droga". Suona strana questa frase. Mi gira nella testa da un po' di tempo. A dirla è stato un'operatore preoccupato per la sorte sua e del centro immigrati di via Udine. Per la precisione però dovrei dire "preoccupato per la sorte sua e degli ospiti del centro di via Udine".
Il cambio della guardia ha portato in superfice insieme alle paure e all'ansia di poter perdere il posto di lavoro, anche i sentimenti legati a una struttura che può essere letta da punti di vista diametralmente opposti, ma comunque corretti.
"Dopo tanto tempo finisci per affezionarti a quel posto - la spiegazione -. Ti affezioni al Cpt perché sai che puoi offrire alle persone che ci stanno dentro della solidarietà e come loro hanno bisogno di aiuto, così tu hai bisogno di aiutare".
C'è chi poi ha paragonato l'ex caserma Polonio a un figlio che non vuole perdere: "Se dovesse andare male con Connecting People, sarà come vedere un figlio drogarsi".
Per quanto mi riguarda devo ammettere che è vero. In parte il Cpt ti prende l'anima. Non è facile staccarsene: anche da giornalista diventa come una droga.
Da agosto mi gira in macchina una bottiglia di plastica da mezzo litro. Naturalmente è vuota. Ho finito di berla un giorno uscendo dal Cpt. Realizzo che viene dall'ex caserma Polonio. La guardo e penso che il mondo e l'universo sono governati dall'ironia. L'ironia sta nel fatto che sull'etichetta c'è scritto Acqua Paradiso. Chissà se anche Connecting People continuerà a dare agli ospiti un sorso di speranza o se al contrario darà loro da bere altro.
Da oggi tutto quello che c’è scritto qui, diventa storia. Storia intesa come passato. Questa mattina alle 9, dopo due anni di gestione del Cpta, Minerva ha passato il testimone a Connecting People. Nel prossimo triennio sarà la cooperativa trapanese a occuparsi dei servizi interni del centro di permanenza temporanea e di prima accoglienza di Gradisca. Questo significa che tutti gli standard di lavoro cambiano e i racconti non sono più attuali.
In coincidenza con il cambio della guardia, questo pomeriggio c’è stata la visita del onorevole Salvatore Cannavò. Quale miglior occasione per cogliere ipotetici cambiamenti se non l’ispezione dell’esponente di Sinistra critica?
L’aria che si è respirata dentro l’ex caserma Polonio era strana. Era strana ma non a causa degli ospiti e neppure a causa dei nuovi arrivati. Era strana perché era di mobilitazione. Vedere il magazzino vuoto, per dirne una, mi ha fatto impressione. Era sempre pieno di vestiti, di prodotti per l’igiene, di vassoi, di materiali vari, oggi c’erano solo gli scaffali.
Anche l’infermeria era ridotta all’essenziale. Non c’erano più nemmeno gli armadietti. Sull’unico tavolo rimasto le infermiere stavano facendo il punto della situazione.
Quanto agli ospiti, i volti erano diversi, ma le storie simili. Sui muri ho trovato qualche scritta in più, ma per il resto, negli occhi e nei racconti ho visto e sentito le stesse speranze, le stesse paure e le stesse avventure di chi li ha preceduti.
Per evitare la noia qualcuno si è inventato una scacchiera disegnandola sul retro di un vassoio di cartone con una penna biro. Le pedine? I tappi delle bottiglie. Rovesciati neri, dritti bianchi.
Uscendo abbiamo trovato all’esterno del muro tutti gli operatori. Preoccupati per il loro futuro. Anche se Connecting people ha assicurato che li riassorbirà tutti, loro non ne sono certi. Anche se la prima impressione che ho avuto è stata buona, posso capirli. E capisco anche la mia ex collega che mi ha assalito dandomi dello sciacallo e del venduto. Sciacallo perché li fotografavo. Venduto perché nel blog non ho parlato della situazione di lavoro degli operatori. Del fatto che l’organico fosse insufficiente per controllare oltre 200 immigrati.
Forse se fossi rimasto di più, a un certo punto avrei scritto anche di questo. Ma non è detto.
La situazione di chi lavorava, per me, era secondaria. Era così per prima cosa perché rispetto a quella che era (ed è tuttora) la mia situazione professionale era rose e fiori; secondo perché se avevano qualcosa da dire, potevano farlo loro in prima persona, non avevano bisogno di me. Fino a prova contrari ac’è ancora libertà di parola. Se non volevano esporsi in prima persona c’erano i sindacati. Quello che a me interessava del Cpta erano le storie dei trattenuti, di quelli che non avevano voce. Volevo capire come venivano trattati. Se fosse un albergo o un inferno.
I miei colleghi li trattavano bene.
Qualunque fosse la situazione passata, ora il punto è che oggi gli operatori del Cpta sono spaventati del futuro. Si trovano a un bivio e sono sicuri che i trenta giorni di prova nascondano tra le righe il loro licenziamento. Sia vero o no, bisognerà aspettare.
Domani arrivano a Gradisca dalla Sardegna 51 clandestini algerini. Sono stati salvati dal mare la scorsa notte dalla Capitaneria di Porto di Cagliari.
A dirlo è un'agenzia. Ma nessuno, né al Cpta, né in Prefettura, in proposito sa niente. Sia in un caso, sia nell'altro apprendono la notizia da me, cioé da chi la cercava. Non è strano il mondo?
Si chiama Play against all odds è un gioco, ma è anche un modo per provare a mettersi nei panni di un clandestino che contro ogni possibilità scappa dal suo Paese lasciandosi alle spalle famiglia e amici.
Partendo dalla violenza dell'interrogatorio, lo scopo è arrivare a possedere una casa. In mezzo la fuga attraverso il confine, le scelte dolorose da fare in ogni momento, i pregiudizi della gente, il centro d'accoglienza, le difficoltà legate alla lingua.
Alle volte è angosciante. Davvero.
Non ho avuto il tempo di fermarmi, ma ieri mattina ho incrociato Abbas. Si trova ancora a Gorizia, eppure è uscito dal Cpt già da qualche settimana. Un paio di giorni dopo il suo "rilascio", lo ho trovato seduto sulla panchina che sta di fronte alla redazione. Si tava rifacendo la fasciatura al piede destro. Dalla finestra l'ho osservato qualche minuto, l'ho fatto fino a che ha infilato la scarpa, ha raccolto il sacchetto di plastica con l sue cose e se ne è andato. Pensavo che non lo avrei rivisto, invece sbagliavo. Ha cambiato sacchetto, aveva vestiti più pesanti, ma per il resto, anche se sono passato veloce in bicicletta, l'ho riconosciuto. Con quella sua barba tagliata a spanne dagli altri trattenuti al suo arrivo in via Udine, Abbas è inconfondibile. Con quel suo andare simile a una pendola lo si troverebbe in mezzo a un fiue di folla, anche perché al suo passaggio la gente si sposterebbe dato che non ha feeling con l'acqua.
Alle volte mi sento "Paolo Brosio". Quando la giornata sembra ormai finita e arriva La Telefonata di qualcuno che ti avvisa che attorno al Cpta è un continuo via vai di macchine della polizia e dei carabinieri, ti ritrovi a dover ricominciare tutto da capo. Metti le scarpe e la giacca, prendi una penna e un foglio di carta, infili le chiavi nel cruscotto e parti telefonando a tua volta a qualcuno. Avvisi il giornale che qualcosa sta succedendo ma che non sai ancora esattamente cosa stiano combinando gli immigrati dentro. Scappano? Sono solo sul tetto? Stanno dando fuoco a qualcosa? Non lo sai e poco cambia quando pochi minuti più tardi ti ritrovi di fronte al muro di cemento di via Udine. Quando il portone si apre, provi a buttare dentro l'occhio ma raramente riesci a cogliere qualcosa. Stai fuori e aspetti. Cosa aspetti non lo sai nemmeno tu. 
Di solito il primo contatto umano è con gli agenti di un'autopattuglia in servizio esterno. Il rituale è sempre lo stesso: la macchina passa lentamente e i due poliziotti o carabinieri ti guardano. Tu stai lì in piedi con le mani in tasca e le spalle strette sul collo e li segui con gli occhi. Ti scappa un mezzo sorriso che soffochi a malapena. La macchina inverte la marcia e gli agenti scendono:
"Lei cosa fa qui?" è la domanda indiretta.
"Lei chi è?" è qualla diretta.
Il prologo è questo, tu gli rispondi che sei del giornale, dai un documento e già che ci sei chiedi se sanno qualcosa. La domanda è retorica perché la risposta è sempre uguale:
"Noi non sappiamo niente, abbiamo solo l'ordine di controllare la zona", spiegano con modi quasi sempre gentili. Appurato che non sei di fronte al cancello per imbarcare un clandestino in fuga, l'atmosfera diventa meno tesa. C'è chi rimane sempre e comunque formale e chi si lascia un po' andare, ma nel complesso si finisce col lametarsi da ambo le parti dello stress legato al lavoro. Non cavi un ragno dal buco, ma almeno non sei da solo come un cane ad aspettare che qualcosa accada, che qualcuno esca con qualche labile frammento di notizia.
Quando la pattuglia riprende il suo giro, tu ti ritrovi da solo con il telefono. Alle volte sei in compagnia di un collega. Tra te e lui c'è un misto di complicità e di competizione. Ci si marca a vicenda.
A pochi passi da te le macchine sfrecciano via nel buio della notte. Se ti va bene, qualcuno degli ospiti in rivolta passa sul tetto che guarda sulla strada, ma non succede mai. Chiami il giornale per aggiornare la redazione sul via vai, poi la redazione chiama te per sapere se ci sono novità. E' un continuo aggiornarsi che spesso equivale a niente. Ti arrampichi su uno specchio fino a quando lo specchio non cade e si frantuma in mille pezzi. Quando guardando i frammenti trovi il riflesso giusto allora devi capire dove collocarlo. Prima che questo accada, però, ci vuole un po' di tempo. Magari prima ti sei fatto un giro in macchina intorno al perimetro: per vedere se dal retro si vede qualcosa.
A volte è frustrante, altre è elettrizzante. Quasi sempre è lungo e interminabile. Almeno: è più del tempo che saresti disposto a perdere per riscrivere un articolo che avevi già battuto e che, a questo punto, verrà cestinato.
Nei momenti di attesa di fronte al Cpt mi viene spesso in mente Paolo Brosio nell'era Tangentopoli quando, di fronte al Palazzo di Giustizia di Milano, a ogni collegamento rischiava d'essere investito da un tram. Evidentemente è questa la vita di starda del cronista. Prendere o lasciare.
E' passato qualche giorno dalla manifestazione di protesta organizzata dai movimenti contro il Cpt di fronte alla Prefettura di Gorizia, ma non riesco proprio a togliermi dalla testa un'immagine.
I soggetti della fotografia impressa dentro di me sono gli ospiti della sezione di prima accoglienza dell'ex caserma Polonio. I No Global li hanno portati in piazza da Gradisca, hanno dato loro gli striscioni e un megafono e quelli, dopo aver ballato e bevuto, si sono messi a rivendicare i loro diritti. Il diritto a manifestare è giusto e sacrosanto. Loro, in fondo, hanno chiesto solo quello che tutti vorrebbero avere: una casa, un lavoro, una famiglia.
Gli immigrati, però, per avere una casa, un lavoro e una famiglia hanno prima bisogno del permesso di soggiorno: di regolarizzarsi. Da qui la "pretesa" di parlare con un rappresentante della Prefettura.
Circondati da studenti delle scuole appena usciti da chissà quali lezioni, se ne stavano lsul marciapiede a gridare arrabbiati. Diritti, diritti, diritti...
Anzi: Rights, rights, rights.
I ragazzi li guardavano come se fossero delle attrazioni, quasi degli aniali ammaestrati e qui sta il punto: nessuno sembra aver detto agli immigrati che accanto ai diritti, ogni cittadino ha anche dei doveri da rispettare. Certo, se prima non acquisiscono il diritto di stare in Italia, non possono neppure avere alcuni doveri. Alcuni, perché altri li hanno. Li hanno come tutte le persone che stanno sul territorio italiano.
Come l'uovo e la gallina, la domanda è: vengono prima i diritti o i doveri?